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A cura del Dott. Gian Carlo Giuliani – Medico Internista Poliambulatorio VillaIris

Dopo il tè il caffè è la bevanda più consumata in tutto il mondo. Contrariamente a quanto si pensi non siamo tra i paesida maggior consumo al mondo, pur se vantiamo una tradizione di storicità e qualità del prodotto. In Europa siamo solo al decimo posto per consumo pro-capite, con una percentuale di non consumatori totali pari a circa il 10%. Quello che ci differenzia rispetto ad altri Paesi, modificandone le percentuali, è il differente valore che viene dato a tale bevanda. Mentre all’estero rappresenta una bevanda buona per qualsiasi momento, accompagnando spesso i pasti, in Italia il caffè (o meglio l’Espresso) è associato all’idea del risveglio, del dopo pasto e della pausa.

La storia “medica” del caffè è stata, però, costellata da numerosi pregiudizi, tanto da farne non solo una cattiva abitudine ma anche una vera e propria minaccia per la salute umana, apparato cardio-vascolare per primo. Almeno fino a quando non sono comparse varie evidenze scientifiche che lo hanno, poco per volta, riabilitato. Attualmente si ritiene che consumi contenuti di caffè (max. 4-5 tazzine al giorno) non aumentino la mortalità per ictus, infarto cardiaco e malattie vascolari in generale. Positivi sarebbero, inoltre, gli effetti a carico di tutti gli apparati, se si esclude il rischio (limitato ma non proprio di tutte le formulazioni) di un aumento di colesterolo e trigliceridi. Non solo il caffè non farebbe male ma aiuterebbe la nostra salute, sia in termini di prevenzione che in quelli di cura, sempre se assunto con moderazione (le famose “max. 4-5 tazzine”). Ultimamente, però, alcune indiscrezioni avevano fatto nuovamente sospettare su tale bevanda, ricollegandola ad eventi nefasti tipo mortalità cardio-vascolare (specie improvvisa) e cancerogenicità.

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Ma a scagionare il caffè (definitivamente?) ha contribuito, negli ultimi anni, la Letteratura Scientifica vendicando tali dicerie. Ad esempio: una prima citazione riguarda quella pubblicata a fine settembre 2015 sulla Rivista “BMC Medicine” dall’Istituto Karolinska di Stoccolma, che ha, dopo aver arruolato 41881 uomini e 34594 donne valutati in più studi, concluso come non siano state individuate evidenze che il caffè sia associato ad un incremento di Fibrillazione Atriale, uno dei più frequenti e pericolosi disturbi del ritmo cardiaco.

E’, invece, del Novembre 2015 la pubblicazione su Circulation, di una corposa ricerca finanziata con grant di ricerca dei National Institutes of Health (Nih),  sulla correlazione tra consumo di caffè (caffeinato e decaffeinato) e mortalità, sia generale che specifica per gruppi di malattia. Sono stati, infatti, arruolati tutti i Pazienti di 3 grossi studi, per un totale di oltre 200.000 persone, prevalentemente di sesso femminile, valutati per un totale di 30 anni. Il consumo di caffè è stato valutato attraverso un apposito questionario anamnestico.

I risultati ottenuti hanno evidenziato come il consumo totale di entrambi i tipi di caffè non fosse correlato alla mortalità, mentre nel confronto con i “non consumatori”, i pazienti con minor consumo abbiano presentato una riduzione dei tassi di mortalità, mentre quelli a maggior consumo (>5 tazzine/die) non abbiano mostrato una maggiore mortalità. Tale mortalità è stata valutata sia in termini generali che correlata a patologie cardio-vascolari, diabete mellito, malattie degenerative o cerebro-vascolari nonché a suicidio.

La valutazione dell’intera popolazione arruolata non ha evidenziato significative differenze tra il consumo di caffè e la mortalità per tumori. Ovviamente numerosi altri fattori di rischio intervengono nelle malattie degenerative e vascolari, ma in questo ampio studio i dati sono stati corretti proprio per tali altri fattori (fumo, alcool, obesità ecc.) che potevano influenzare i risultati dello stesso. Tali risultati hanno anche sottolineato l’effettivo protettivo del caffè, sia caffeinato che decaffeinato, nei confronti della mortalità precoce.

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